Cari lettori, bentrovati!

Innanzitutto ringrazio le persone che hanno partecipato allo Psicoaperitivo del 14 dicembre 2012 nonostante la neve e la stanchezza del venerdì sera. Grazie di cuore perchè l’evento è stato una grande occasione per conoscere persone nuove, con “materiale” interessantissimo da esprimere, desiderose di condividere pezzi di esistenza con occhi e orecchie di perfetti sconosciuti, semplicemente presenti nello stesso luogo nel medesimo momento.

Proprio da questa condividione in plenaria è emerso il quesito che titola il post: si può davvero cambiare? Numerosi sono stati i contributi in proprosito. Qualcuno ha parlato di come ha modificato la relazione con persone significative, qualcun’altro ha sostenuto con forza come sia difficile cambiare, se non addirittura impossibile. Ed è proprio su questa seconda affermazione che voglio soffermarmi oggi. Come sapete sono una psicologa dunque credo sinceramente nel cambiamento, altrimenti non farei questo mestiere! Certo non escludo che cambiare sia un processo duro, difficile dato che, in alcune circostanze, le resistenze al cambiamento riescono addirittura a spazzar via l’insistente motivazione di partenza.

Una cosa è sicura: cambiare, seppur arduo, è possibile.

Cambiare è arduo perchè richiede un livello di motivazione alto e costante, abbinato a una buona conoscenza del proprio funzionamento, così da avere ben chiari i blocchi attivi e da “mettere a tacere” il critico giudice che ci si porta dentro, quello che alcuni chiamano “sabotatore interno”. Mi riferisco a una specie di nastro audio che si ascolta da quando si è piccini, come una vocina incisa e che, su precisi input e stimoli, viene riazionata schiacciando incosapevolente il tasto “play”. E allora ecco, che la dura spataffiata trita e ritrita, udita e imparata a memoria, riprende posto nella testa. Si riascoltano i divieti appresi, gli scoraggiamenti e tutte quelle inutili frasi che bloccano, ostacolano, riportano sull’obsoleto, disfunzionale, ma noto e rassicurante, binario di sempre. Si tratta dei vari “non provarci neppure, tanto non ce la farai”, “non fare domande, sembrerai stupido e farai la figura di quello che non capisce quanto gli viene detto”, “non lasciarti andare alle amicizie e all’affettività, tanto prima o poi tutti ti fregano”, e così via… E quindi ecco che non ci si pongono obiettivi, si vive frustrati una vita che non piace, un lavoro che non soddisfa. E poi in pubblico ci si sente in imbarazzo, si ha timore di esprimere la propria opinione o di chiedere qualunque tipo di approfondimento, magari indispensabile per orientare al meglio il proprio comportamento. O, ancora, si risulta freddi, chiusi, gli amici sono sempre pochi e le occasioni di scambio sociale (se esistono) sono fatte di rapporti superficiali, si parla con un  certo alone di diffidenza e, se qualcuno si avvicina fisicamente, si rifugge il contatto.

Togliersi dal rigido binario fatto di “non chiedere, non essere intimo, non appartenere, non riuscire, non fidarti, non essere te stesso” e via discorrendo si può, ma richiede impegno, impegno verso se stessi.

Un mio docente una volta disse alla classe: “le paure ci salvano”. Quanto aveva ragione! La paura si attiva proprio quando si tenta di cambiare: lavoro, status sentimentale, casa… Le paure sono volte a mantenere la situazione conosciuta perchè, per quanto possa essere deprimente, è prevedibile, qualcosa a cui ci si è abituati, un “luogo” ove si sa come muoversi. Ma se si ascolta la paura, la si attraversa, probabilmente si avrà la possibilità di conoscere una dimensione nuova, un mondo “altro” in cui essere, dandosi dei permessi, stavolta, e magari ottenendo pure dei riconoscimenti esterni. Si potrebbe cogliere l’occasione per provare e scoprire, con sopresa, di farcela, di avere tutti i numeri per riuscire! Oppure di chiedere e accorgersi che, dopo la prima domanda posta, ne seguono tante altre di persone che non avevano capito; constatare che stare in un abbraccio non è poi tanto male, che piangere in compagnia non è come piangere da soli, che chiedere aiuto richiama a sè l’affetto e la vicinanza delle persone, permettendo di diminuire il carico del problema.

Il tema è vasto e il mio pensiero probabilmente include tutte le consapevolezze sul cambiamento, maturate durante il percorso di terapia che, sinceramente, amo definire (più che di terapia) di crescita personale, interiore, come persona nel mondo. Quindi lascio a voi il compito di completare con riflessioni, pareri, commenti, aneddoti, ricordi, esperienze di vita vissuta e in divenire.

Grazie per il vostro tempo.

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