Buon martedì di sole a tutti. 

Oggi scrivo mossa dal desiderio di approfondire l’effetto che il Natale ha sull’umore della gente.

Tralascio tutta la filippica religiosa e mi concentro sul fatto che per alcuni il Natale, e il periodo che lo precede, significa gioia, famiglia, calore, condivisione, opportunità di vicinanza e scambio mentre, per altri, è inteso come fastidio, stress, nervoso, qualcosa di melenso che appiccica e lascia poca libertà di movimento, addirittura toglie l’aria. Alcuni miei cari amici del pavese riassumono tutto in una frase che rende bene l’idea: sta sù de doss.

 

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Decido di partire dalla seguente domanda: come mai uno stesso input genera reazioni così diverse?

Mi rispondo che anche altri eventi generano reazioni diversificate. Ad esempio, di fronte a un licenziamento qualcuno si deprime, qualcun’altro cerca subito un nuovo impiego, altri ancora vedono l’assenza di lavoro come un’opportunità di tempo libero; c’è chi si arrabbia, chi piange, chi va a farsi un bicchiere, chi trova conforto nelle parole di un amico. Eppure l’evento è sempre il medesimo, proprio come il Natale! 

Ma allora nessun evento è oggettivamente buono, lieto, infausto, stressante… la definizione dell’evento dipende esclusivamente da come ciascuno decide di approcciarsi all’evento stesso. 

Quindi è la persona a decidere se innervosirsi di fronte alle lucine intermittenti di Natale, o se lasciarsi andare ad un abbraccio cullata dalla note di Jingle Bells… pure se, naturalmente, la decisione avviene in modo inconsapevole. Nessuno è così potente da far cambiare umore alla gente, neppure il Natale*. Ecco perchè persone magari poverissime, con poche risorse, sono comunque capaci di ridere, di cantare e di ballare spensierate ed altre, sebbene inserite in una vita agiata e con uno staff al proprio servizio, sorridono a bocca chiusa con gli occhi spenti e, forse, solo perchè la situazione lo richiede. 

Tutto questo per dire che, quando si provano delle emozioni, queste sorgono da dentro, dalla pancia, dal punto profondo di sè. Gli eventi che accadono, semplicemente le stimolano. Quando emergono parlano, raccontano la propria storia, ciò che si è, i permessi che ci si è concessi, oppure i divieti e le paure latenti. Perciò, se si vive male il Natale e si detesta l’atmosfera che lo circonda, una cosa utile per sè e per la conoscenza intima del proprio funzionamento, potrebbe essere sintonizzarsi sul proprio stato d’animo per accogliere il disagio che racchiude e, infine, dargli spazio, comprenderlo, consolarlo, accarezzarlo. Come mai si soffre a Natale? Cosa evoca questo periodo dell’anno? Cosa non è stato elaborato? Cosa si è ricevuto troppo o troppo poco, al punto che ora urta? Perciò, cosa è possibile rivedere di sè, ri-significare, ri-collocare? (anche perchè il Natale una volta all’anno arriva e questo non si può mutare. Quel che si può mutare è il proprio approccio alla festività). 

Mi rendo conto che il concetto, spiegato così,  possa essere di difficile comprensione ed attuazione, quindi sono a disposizione di chiunque desideri approfondire il tema. 

Un caro saluto

*Esistono degli avvenimenti che scatenano delle reazioni tipiche, adeguate all’accaduto (es. lutto – rabbia, tristezza). Le reazioni a tali avvenimenti, tuttavia, restano soggetti alle differenze individuali (es. lutto – impassibilità, freddezza, iper controllo emotivo).

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